I FRANCESCANI IN S. MARIA DI CAMPAGNA

I FRANCESCANI IN S. MARIA DI CAMPAGNA

Il 10 luglio 1547 i frati minori osservanti, sfrattati dal duca Pier Luigi Farnese dal loro convento dei SS. Giovanni, Paolo e Monica, fecero il loro ingresso nella chiesa di S. Maria di Campagna, accompagnati in processione da Pier Filippo Martorello, Governatore della città, da Barnaba del Pozzo, Priore della Comunità e da numerosi cittadini. Si presentò subito il problema di fornire una degna abitazioni alla comunità francescana. Già dal 1548 si iniziò la costruzione di un nuovo convento sul lato sinistro della basilica (attualmente incorporato nell’area ospedaliera).  Il 22 maggio 1602 si celebrò con grande solennità la prima incoronazione della statua della Madonna di Campagna. Due preziose corone auree (trafugate due secoli dopo dalle truppe napoleoniche), dono della Comunità piacentina, vennero poste sul capo della Vergine e del suo Figlio, dalle mani del vescovo diocesano mons. Claudio Rangoni. Ai frati minori osservanti subentrarono, il 21 novembre 1625, i frati minori riformati.  Con lettera del duca Ranuccio II Farnese la chiesa di S. Maria di Campagna venne dichiarata chiesa palatina e, sulla porta d’ingresso, venne posto lo stemma ducale. Con il decreto di Compiègne del 25 ottobre 1810, Napoleone sancì la soppressione di tutti gli ordini religiosi. In quell’anno i francescani dovettero a malincuore abbandonare S. Maria di Campagna ,dove poterono rientrare solo dopo quattro anni, nel 1814. L’8 dicembre 1854 Pio IX proclamò con la bolla “Ineffabilis Deus” il dogma dell’immacolato concepimento di Maria. I francescani, che da secoli erano stati convinti propugnatori di questa dottrina, già dal 1645 avevano posto l’intero Ordine sotto la protezione dell’Immacolata Concezione. Anche in S. Maria di Campagna si tennero, nel 1855, solenni festeggiamenti per tale evento. Sulla cupola del Santuario vennero poste 1200 fiammelle che illuminarono non solo quelle notti, ma anche il cuore delle migliaia di piacentini che in quei giorni (20-21-22 maggio 1855) affollarono il tempio cittadino. Purtroppo un’altra pesante tegola stava per abbattersi sul capo dei francescani e di tutti gli ordini religiosi. Era passato poco più di mezzo secolo dalla soppressione napoleonica del 1810 quando, nel 1866, con regio decreto del 7 luglio, fu tolto il riconoscimento di tutti gli Ordini religiosi e i beni di proprietà vennero incamerati dal demanio statale. I frati minori di S. Maria di Campagna dovettero per una seconda volta abbandonare chiesa e convento. Rimase un solo religioso con l’incarico di custode cappellano. Il convento venne ceduto dal Ministero all’Amministrazione Provinciale che lo adibì a ospedale psichiatrico. La situazione tornò gradualmente a normalizzarsi dal 1870 con la ricostituzione della comunità religiosa precedentemente dispersa. Nel 1895 i frati minori ricordarono l’ottavo centenario del Concilio di Piacenza. Un evento promosso anche da Mons. Giovanni Battista Scalabrini, da vent’anni vescovo di Piacenza. Ai francescani, dopo le soppressioni statali, il  rientro in S. Maria di Campagna  pose il problema di un nuovo convento. Con l’aiuto dei piacentini, dal 1897 al 1903, riuscirono a costruirne uno nuovo (l’attuale) sul lato destro del santuario. Nella nuova casa i frati crebbero subito di numero e si misero alacremente al lavoro come indicato da S. Francesco d’Assisi, nella Regola del 1223: il ministero sacerdotale e l’accostamento spicciolo al popolo. Il primo veniva esercitato nel santuario e in altre attività assistenziali presso ospedali, case di cura, ospizi di anziani, assistenza a convitti, direzione spirituale a famiglie religiose e l’insegnamento nelle scuole. Il secondo impegnava i fratelli laici, cioè non sacerdoti, alla cura del santuario, a coltivare l’orto, a dedicarsi alla cucina, alla sartoria e ad altre attività talvolta veramente ingegnose. Tutto questo in obbedienza a quanto S. Francesco prescriveva nella Regola: “Tutti i frati debbono lavorare di onesto lavoro e chi non sa lavorare, deve imparare, non per la smania del compenso, ma per dare il buon esempio e fuggire l’ozio”.  Il Santo ne aveva dato l’esempio lavorando con le proprie mani. Ma aveva praticato con amore un’altra attività, recandosi di porta in porta, per chiedere l’elemosina e voleva che anche i suoi frati imparassero questo gesto che li accomunava agli ultimi e ai poveri. All’inizio del Novecento, in S. Maria di Campagna, quando il numero dei frati andava aumentando e, con questo, aumentavano le bocche da sfamare, i frati laici praticarono con assiduità la questua. Importante, sempre secondo S. Francesco, che nonostante gli svariati impegni e i numerosi lavori i frati “non spengano lo spirito dell’orazione e della devozione al quale tutte le altre cose debbono restare sottomesse”. Perciò, alle fatiche si alternavano le ore di preghiera nel monumentale coro del santuario. Con l’inizio degli anni Settanta si andò acuendo la crisi vocazionale e i conventi sono andati vieppiù spopolandosi. Oggi S. Maria di Campagna è rimasta l’unica comunità francescana presente nella diocesi di Piacenza – Bobbio.